Il Tempo di Sognare Insieme

Quando il tempo scarseggia, quando tutte le mattine ci svegliamo al suono insistente della sveglia e abbiamo ancora sonno ma siamo già in ritardo per impegni che si ripropongono in un loop infinito, quando quasi nessuno si ricorda cosa ha sognato semplicemente perché gli manca l’opportunità di contemplare la propria vita interiore, quando l’insonnia impera e lo sbadiglio si impone, allora si arriva a dubitare della sopravvivenza dei sogni

L’Oracolo Della Notte, Sidarta Ribeiro
C’è bisogno di tempo per sognare…

Questa attività spontanea del sistema nervoso, che diventa evidente quando raggiungiamo gli stadi più profondi del sonno, è direttamente collegata alla quantità e qualità del nostro sonno.

Come ci dicono le ricerche, due terzi degli adulti delle società industrializzate non arrivano a dormire le 8 ore consigliate, lasciando indietro parecchio lavoro onirico.

Inoltre l’uso dei telefonini e di apparati che emettono luce blu prima di dormire e subito al risveglio troncano i processi di incubazione e ricordo del sonno privandoci della consapevolezza delle nostre esperienze notturne.

Forse andiamo troppo forte per sognare…

Sarà forse la necessità di stare attaccati a un flusso di pensiero “social”, fatto di trends e di networking che ci permettono di stare sul pezzo, ad ostacolare il ricordo dei sogni e ad apprezzarne l’esperienza.

Durante la grande pausa Covid, specialmente nei lockdown nei quali addirittura gli animali avevano provato sollievo della nostra assenza, i sogni hanno ricominciato a visitarci. In realtà non se ne erano mai andati. Si sogna ininterrottamente, nonostante tutti questi ostacoli interni ed esterni. Con i lockdown abbiamo semplicemente avuto più tempo per considerare i sogni, per rivisitarli nella memoria prima di alzarci.

La grande pausa ci ha permesso di stare più tempo con i sogni, dopo che piano piano anche letture, serie TV e altre forme di intrattenimento ci hanno stancato. Quando anche l’intrattenimento annoia non ci resta che il sogno, e così riscopriamo e ci stupiamo che si può ancora sognare e ricordare i sogni.

Ma perché ce l’eravamo dimenticato?

La Fisica ci insegna che tempo e spazio hanno una relazione inestricabile. Quando ci si prende il tempo per sognare si crea anche lo spazio del sogno.

Questo Blog si chiama appunto Lo Spazio dei Sogni e parte nel 2016 per divulgare la ricerca del Gruppo di Ricerca di Ariele “Uso Sociale del Sogno”.

Il lavoro del gruppo è infatti di carattere volontario, costituito da tempo libero offerto dai membri per condividere ed usare i sogni in un contesto sociale. Il gruppo opera da ormai un decennio alla ricerca sulle intersezioni tra sogno e Polis, partendo dalla tecnica del Social Dreaming, scoperta da Gordon Lawrence e diffusasi globalmente attraverso tanti discepoli e studiosi.

A nostro modo, come gruppo, ci impegniamo per fare spazio e creare il tempo per il sogno.

Una delle iniziative più recenti è stata “Il Coraggio di Sognare”, due cicli di 3 matrici di Social Dreaming, ognuno terminante con un incontro dedicato unicamente alla riflessione sul percorso fatto. Il percorso si è svolto tra Febbraio e Maggio 2021.

L’iniziativa, gratuita e aperta a tutti, ha riunito circa 25 persone per ogni ciclo.

Locandina dell’iniziativa ”Il Coraggio di Sognare” (click su foto per aprire)

Sono stati tanti i partecipanti che hanno provocato “un’eruzione di sogni”, spontanea e inarrestabile. Ci sono stati sogni che hanno preso il sopravvento, immagini intense e angosciose ma anche scene colme di piacere e gioia che descrivevano una tensione onnipresente tra disperazione e speranza.

I sogni si sono dimostrati forieri di riflessioni sulla realtà sociale, offrendoci uno sguardo fresco e creativo su tanti vissuti difficili che caratterizzano la vita sociale odierna.

La gratitudine dei partecipanti per la creazione di uno spazio e tempo dei sogni è stata anche un indizio dell’importanza e degli impatti positivi dell’uso sociale del sogno.

Questi momenti non sono solo utili come strumento di supporto e creazione di pensiero, ma sono anche momenti di condivisione di esperienze umane primigenie e raramente esplorate, un altrove emotivo da attraversare insieme.

Sono tante le cose che stiamo apprendendo nello spazio e nel tempo offerti al sogno. Una di queste è come i sogni siano grandi apripista per il dialogo, verso i mondi interni ma soprattutto verso altri mondi esterni, spesso celati dall’oblio e dalla confusione, mascherati da identità sociali stereotipate che ostacolano gli incontri e creano barriere alla comprensione reciproca.

Quando si condividono questi tasselli misteriosi e si cerca un mosaico da co-creare si costruisce un rapporto speciale. Si scopre che spesso un sogno che ben ricordiamo ma il cui senso ci sfugge può servire da indizio per costruire qualcosa di inimmaginabile a priori, qualcosa che non dipende dalle storie e dai vissuti individuali, ma che si incasella perfettamente nel tessuto delle rappresentazioni sociali e dei vissuti di altri, tanto da farci porre una domanda importante: ma i sogni sono davvero miei? Ruota sempre tutto intorno a me?

I sogni arrivano al tempo giusto, è indubbio. Ma i sogni possono essere anche incubati, coltivati, accarezzati e conservati nella memoria e nel cuore. E infine, come succede nel Social Dreaming, i sogni possono essere donati, senza l’aspettativa di una utilità, di un immediato ritorno, ma per co-creare un processo non lineare e dagli esiti imprevedibili.

Riusciremo a tornare a un tempo del sogno? E’ poi così necessario?

Forse il tempo e lo spazio del sogno sono dimensioni da preservare dagli attacchi dell’incoscienza, della superficialità, dell’oblio. Ora che siamo tornati a sognare, non vale la pena difendere questo tempo e questo spazio dal “ritorno alla normalità”?

Come gruppo sull’Uso Sociale del Sogno crediamo di sì, e vorremmo aprire questo percorso a coloro che intendono creare tempo e spazio per i sogni. 

I modi sono molti, dalla condivisione di un sogno, alla lettura e partecipazione in questo blog, mandando un messaggio a questo indirizzo [ lospaziodeisogni3 at gmail.com ] o partecipando a future iniziative legate all’uso sociale del sogno. Ci piacerebbe ricevere commenti, idee e conoscere altre iniziative che si muovono in questa direzione.

Sognare di sognare di più non è forse la base di ogni progetto di crescita, anche collettiva?

Sognare Politicamente – 2/3

di Silvana Tacchio

sognare-oliticamente-2di3

per chi vuole rileggere la parte 1/3 

La polis e la civitas  però non hanno  più un futuro se non si sogna;  la politica perde automaticamente la sua capacità di pensare il domani e finisce con il privilegiare l’aspetto più contingente legato alla gestione e alla amministrazione del potere che rischia di essere un potere senza immaginazione

L’Uso Sociale del Sogno ha posto, a mio avviso,  le premesse per andare oltre le dicotomie tra individuale e  sociale e per poter lavorare in accordo con i modelli della complessità.

I sogni ci aiutano a esplorare la trama mentale ed emotiva  del noi, a esplorare il sociale come organizzazione mentale che ha lo scopo di garantire la sopravvivenza del genere umano.

L’Uso Sociale del Sogno può consentire di ripensare la natura dello spazio politico e comunitario e  la politica può riacquistare il suo senso originario di azione finalizzata al bene della collettività,  se si è in grado di  pensare il soggetto non più come individuo monade ma come pluralità.

Sono  convinta  che nell’approccio ci sono le basi per pensare al sogno come ad un sogno collettivo,  come ad un elemento di potenziale sviluppo di creatività e di relazionalità tra gli individui ,  i gruppi e le istituzioni di appartenenza,  tra le persone e la società in cui vivono.

È come se le persone che sognano insieme  fossero capaci di cogliere evidenze che chi è sveglio non può o non vuole:  gli occhi di chi sogna sono probabilmente sottratti ai condizionamenti del gruppo sociale e possono quindi vedere fatti con una forza e una tensione che gli occhi di chi è sveglio non possono riconoscere.

Il sogno si costituisce come   un’avventura della mente, perché senza confini e senza frontiere e si situa sempre altrove.

Con l’Uso Sociale del Sogno la visione delle organizzazioni e delle realtà sociali si articola su più livelli,  da quelli espliciti formali a quelli più profondi nascosti; inconsapevoli quest’ultimi sono spesso i più significativi ma anche i meno accessibili.

Noi attiviamo le nostre rappresentazioni del mondo (M. Heidegger),   i nostri scetticismi, le nostre credenze , i nostri localismi, le nostre discordanze , ma anche le nostre concordanze, che possono confluire nella democrazia

I sogni ci pongono delle domande che emergono da un vortice di complessità nel  dialogo interno ed esterno permanente che può essere anche conflittuale dal punto di vista trans– personale , tran-generazionale e trans-nazionale. 

Lo sviluppo dell’Uso sociale del sogno  persegue quella che G. W. Lawrence ha definito una politica della “rivelazione”  in cui obiettivo dei colui che assume il ruolo di host  non è tanto indicare le azioni da fare (la soluzioni politica della “salvazione”) quanto promuovere nei cives riuniti a sognare la  possibilità di collegarsi con i propri livelli emotivi inconsapevoli come base per assumere poi una posizione meno conformistica, più attiva e responsabile.

L‘Uso Sociale del Sogno diventa un motore che crea connessioni,  interdipendenze,  visioni altre rispetto alla contingenza  e  ci sostiene nell’incertezza di un mondo planetario. Il sogno che si nutre di immagini , racconti,  storie , simboli aiuta a creare una tensione dialogica tra unità e  molteplicità.

Abbiamo bisogno oggi di una cultura analitica per capire ciò che ci sta accadendo;  la razionalità astratta ha  fatto prevalere elementi di distruttività (nazionalismi , pulizie etniche, sacralizzazione dei confini) rispetto a politiche di costruttività,  di pace e di equità sociale.

Ogni tipologia di coerenza nella crisi  delle istituzioni e dei mercati è saltata, è venuta meno, rompendo patti di cittadinanza e di solidarietà.

 

… continua settimana prossima con l’ultima parte, restate con noi.

 

 

Sognare Politicamente – 1/3

di Silvana Tacchioimmagine-post-polis-1-3

Vicinissimo il bene più grande
aperte le finestre del cielo
e lasciato libero lo spirito della notte
assalitore del cielo, che ha la nostra terra
sedotto, con molte lingue, impoetabili, e
rotolato la maceria
fino a quest’ora.
Ma se viene ciò ch’io voglio
Friedrich Holderlin

 
Mi sono avvicinata anni fa al Gruppo di Ricerca in Ariele sull’Uso Sociale del Sogno, perché infastidita dall’impotenza della politica,  espressione di una società asfittica e anchilosata e a sua volta talmente ipertrofica e conservativa, da essere incapace di far fronte ai  nuovi scenari della complessità e della globalizzazione.

La mia riflessione sulla polis e sull’Uso Sociale del sogno è inevitabilmente influenzata dall’osservazione degli accadimenti che negli ultimi anni hanno interessato il nostro ed altri Paesi e dall’esperienza di tre laboratori promossi da Ariele nel giugno e nel luglio 2013 e aventi come titolo Crisi e futuro.

Il momento storico che viviamo  è caratterizzato da diverse crisi che hanno accompagnato e accompagnano i processi rifondativi delle istituzioni, ma un aspetto di negatività generalizzata gravava e grava  sul potere politico.  I fatti di cronaca a cui assistiamo  hanno   come punto terminale delle catastrofi che sembrano  essere processi storici inevitabili,  parti rilevanti del processo evolutivo delle idee e delle scelte  politiche in cui prevalgono massima instabilità economica e sociale, confusione, conflitti, populismi, integralismi,   distruttività… E’  possibile leggere un sentimento di impossibilità per l’individuo  a cogliere gli eventi collettivi, senza rimanere schiacciato  o manipolato. Ciò ancora maggiormente in tempi di predominio della comunicazione di massa.

La politica è un prodotto condiviso delle menti umane e le cause del suo svilirsi e del suo degradarsi vanno  ovviamente ricercate anche nelle dinamiche inconsce che attraversavano  individui, gruppi e organizzazioni della società .

La storia dell’umanità  sin  dalle origini è segnata dal problema dell’esistenza e della coesistenza,  di come poter vivere in un mondo che obbliga alla convivenza  e che trova significato e senso nella convivenza.

La vita della polis dipende dalla capacità organizzante delle forze altrimenti disgreganti che in essa si dispiegano e che essa contribuisce a dispiegare. Assistiamo ad un paradosso, o meglio ad un circolo vizioso,  per cui non è possibile uscire da una concezione della politica rimanendo all’interno del sistema che l’ha  generata: la polis con le sue istituzioni è un’acropoli arroccata, difesa, sempre più insostenibile e ingiusta.

La politica prima di essere prassi quotidiana è anche un pensiero che riguarda la modalità di concepire e regolare i legami e i rapporti e occupa una parte cospicua dell’immaginario sociale: di esso i cives della civitas si servono per anticipare mentalmente scenari relazionali futuri; quindi la politica è la realizzazione di un processo  fondamentalmente trans-personale e per lo più inconscio che ha le  sue origini nel modo in cui le persone concepiscono i loro rapporti.

Se la polis e la civitas sono metafore della mente, la tensione tra identità e diversità tra “unitas multiplex ” (E. Morin)  è  la condizione umana della globalizzazione e del futuro.

La polis e la civitas  però non hanno  più un futuro se non si sogna;  la politica perde automaticamente la sua capacità di pensare il domani e finisce con il privilegiare l’aspetto più contingente legato alla gestione e alla amministrazione del potere che rischia di essere un potere senza immaginazione.

L’Uso Sociale del Sogno ha posto, a mio avviso,  le premesse per andare oltre le dicotomie tra individuale e  sociale e per poter lavorare in accordo con i modelli della complessità.

L’Uso Sociale del Sogno può consentire di ripensare la natura dello spazio politico e comunitario e  la politica può riacquistare il suo senso originario di azione finalizzata al bene della collettività,  se si è in grado di  pensare il soggetto non più come individuo monade ma come pluralità.

… continuerò la settimana prossima definendo come l’Uso Sociale del Sogno  ponga le basi per pensare al sogno come ad un sogno collettivo,  come ad un elemento di potenziale sviluppo di creatività e di relazionalità tra gli individui,  i gruppi e le istituzioni di appartenenza,  tra le persone e la società in cui vivono.

 

La festa

Sogno di Elena, 26 luglio 2016

2016-07-26 15.39.41 Se qualcuno ti dice cicciabomba non far cadere tutto quello che hai in mano; non raccogliere le provocazioni quando saremo alla festa”. “Io me ne infiththchio” mi risponde una bambina bruna, riccia, grassottella, simpaticissima, circa 7 anni. (Poteva essere mia figlia.) 

Nel frattempo – sempre per questa festa – avevo fatto cambiare di abito a una giovane donna che si era vestita in modo dimesso. “Devi essere splendida, bella come sei: puoi portare qualunque cosa” e l’avevo incoraggiata a indossare un abito fiammeggiante. Era uno schianto.

Sempre per questa festa ero andata a colpo sicuro da un tabaccaio per comprare non so che, ma non c’era più. E lì ho iniziato una ricerca affannosa del tabaccaio. Ho perfino chiamato mio papà (che non c’è più da tanti anni) chiedendogli di guardare se accanto al telefono c’era un foglietto con il numero. Non c’era e mi sono arrangiata senza.


Per leggere anche le amplificazioni che sono sorte da questo sogno, vai all’articolo:

Sogni di mezza estate

Sogni di mezza estate

di Elisabetta Pasini Luglio/Agosto 2016

L’ultimo incontro del nostro gruppo sull’ Uso Sociale del Sogno, il 15 luglio, prima delle vacanze estive, è stato intenso, profondo, difficile da dimenticare.

Forse perché gli ultimi mesi hanno rappresentato per noi un momento di svolta, durante il quale abbiamo tentato con non poche difficoltà di darci nuovi obiettivi di ricerca e di trovare una nostra identità; forse perché anche Ariele sta attraversando un momento di passaggio, dal quale potrebbero nascere pensieri nuovi, ma anche no, e siamo tutti consapevoli del rischio; forse perché, per la prima volta, l’incontro del nostro gruppo era tutto al femminile, casualmente nessuno dei nostri compagni maschi era presente quel giorno, e questo ha creato una speciale intimità… sta di fatto che la nostra attività onirica si è sbizzarrita, e nei sogni di molte di noi sono comparse figure femminili emblematiche e, passatemi il termine, archetipiche.

La prima a comparire è stata Lucia Mondella; poi una di noi si è trasformata in una Sofia Loren brutalizzata dal suo medico, infine una nota collega psicanalista è diventata una triste maschera di Pierrot col trucco sfatto, attraente e respingente al tempo stesso.

Quelle immagini femminili continuarono a tornarmi in mente per parecchi giorni, proprio non mi riusciva di dimenticarle o di metterle da parte, e nemmeno lo volevo ad essere sincera.

Mi intrigavano, e c’era anche un motivo particolare; da quasi un anno, da quando mi sono trasferita a Dubai, ho iniziato una ricerca molto personale sul mistero del femminile, simbolicamente rappresentato dal velo. Qui a Dubai infatti, anche se il velo non è un obbligo, è frequente vedere per strada donne col capo coperto che indossano l’abaya, il tradizionale abito nero lungo fino ai piedi. Al di là di tutto quello che del velo si può pensare, e che non è per nulla oggetto di questo post, ciò che da subito mi ha affascinato è il mistero che queste figure velate nascondono, l’intensità degli sguardi, l’eleganza della postura, che mi fanno pensare che queste donne in qualche modo custodiscono qualcosa che io, emancipata donna occidentale, forse ho perduto, oppure dimenticato; e questo qualche cosa mi sembra abbia a che fare con una diversa immagine del femminile, che questi sogni richiamavano irrimediabilmente in causa.

Quindi, ho provato a disegnare il Pierrot, oppure la Grande Madre, se vi pare…..

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E poi c’è stato il sogno di Elena, con cui abbiamo continuato una lunga discussione via mail, e il suo disegno del sogno…

 Sogno di Elena, 26 luglio 2016

“ Se qualcuno ti dice cicciabomba non far cadere tutto quello che hai in mano; non raccogliere le provocazioni quando saremo alla festa”. “Io me ne infiththchio” mi risponde una bambina bruna, riccia, grassottella, simpaticissima, circa 7 anni. (Poteva essere mia figlia.)

Nel frattempo – sempre per questa festa – avevo fatto cambiare di abito a una giovane donna che si era vestita in modo dimesso. “Devi essere splendida, bella come sei: puoi portare qualunque cosa” e l’avevo incoraggiata a indossare un abito fiammeggiante. Era uno schianto.

Sempre per questa festa ero andata a colpo sicuro da un tabaccaio per comprare non so che, ma non c’era più. E lì ho iniziato una ricerca affannosa del tabaccaio. Ho perfino chiamato mio papà (che non c’è più da tanti anni) chiedendogli di guardare se accanto al telefono c’era un foglietto con il numero. Non c’era e mi sono arrangiata senza.

2016-07-26 15.39.41

Prime amplificazioni

Il tuo sogno è bellissimo, avevo detto ad Elena, mi ha fatto pensare a una canzone che cantava sempre mia nonna, faceva più o meno così:

Mamma, mormora la piccina

mentre pieni di pianto ha gli occhi

per la tua piccolina non compri mai balocchi

mamma tu compri soltanto profumi per te….

Io piangevo sempre come una fontana quando mia nonna la cantava, mi immedesimavo molto nella piccola…

Certo che conosco questa canzone, risponde Elena, la cantavano anche a me quando ero piccola. Ricordo di aver pensato: “ma sarà stronza questa mamma”…  nel mio sogno però, per fortuna, le figlie stanno bene, la piccola se ne infischia e la grande è diventata una bellezza!

Resta il mistero del tabaccaio…. ma non si può sapere tutto.

Nuove amplificazioni o interpretazioni?

Presa da entusiasmo mi lancio in qualche nuova connessione….

Cara, eccomi qua, scrivo ad Elena, azzardo qualche altra amplificazione sul tuo sogno, questo gioco continua a piacermi molto :))))

La canzone sulla mamma e i balocchi ci porta chiaramente in un ambiente materno, a un difficile rapporto con la madre direi, una madre che non è capace di cura, anzi pensa solo a se stessa, e questa reazione porta lacrime e disperazione (le mie), ma anche aggressività e ribellione (la tua reazione).

Dunque direi che la bambina bruna e piccolina che parla con un sibilo e dice me ne infischio mi sembra abbia qualcosa di te, sono parti che ti appartengono, del resto anche nel disegno un po’ ti somiglia :))))

La sciantosa col vestito rosso invece mi sembra più problematica, e certamente qui il colore è importante, mi fa pensare ai nostri archetipi del femminile, a Lucia Mondella, a Sofia Loren. Ho cercato i possibili significati del colore rosso, che sono tanti e contrastanti; ma soprattutto il rosso è il colore dell’amore e della passione, collegato a Venere, e anche della forza vitale, dell’aggressività e della guerra, Marte. Se poi pensiamo che tra i due c’era del tenero e che dalla loro unione è nato Eros, potremmo dire che la sciantosa in rosso è una immagine di quella che i miei amici jungiani chiamano Anima, l’archetipo femminile del maschile, senza la quale la vita sarebbe di una noia infinita… e infatti nel sogno tu stai andando a una festa, se non sbaglio :))))

E ora veniamo alla parte più difficile, chi è il tabaccaio? qui il tuo disegno è stato illuminante, mi ha fatto pensare che il tabaccaio, con quella scritta che tu hai disegnato, è ormai una cosa di altri tempi, che non si trova quasi più, e infatti tu non riesci a trovarlo…. poi ho pensato che la vecchia scritta, in realtà, era “sali e tabacchi”, e questo mi ha fatto venire in mente una vecchia barzelletta: un tizio vede su un palo per strada una scritta che dice “sali,” e lui si arrampica sul palo, e poi ancora una seconda scritta “sali”, e lui continua a salire, e avanti così per tre volte finché alla fine in cima al palo c’è scritto “tabacchi” :)))).

Quindi forse il tabaccaio rappresenta la ricerca di qualcosa, e questo qualcosa, se prendiamo per buona la mia barzelletta, sta in alto, è una spinta a salire al livello dello spirito e del pensiero.

Dunque questa è forse un po’ la storia del nostro gruppo??? stiamo cercando anche noi un tabaccaio???

Elena, ultima tappa (per ora…)

Stupende le tue amplificazioni al mio sogno….provo a continuare il gioco!

Difficile rapporto con la madre, beh sono 63 anni che ci lavoro su; lasciamolo un attimo da parte, poi casomai lo riprendo o ci faccio un altro bel sognetto.

Sì, è vero, la bambina piccola un po’ mi somiglia, anzi a pensarci bene ho provato a vestirla come mia mamma vestiva me quando avevo 7 anni. Con vestitini ricamati a nido d’ape, credo che si dica così. Impossibile giocare per non sciuparli e non avrei mai osato dire me ne infischio!

Quindi, da questo punto di vista, un passo avanti!

Rosso! Belle le suggestioni, ora mi viene in mente che in questi giorni sono caduta e da tanto tempo non vedevo tanto sangue dalla sbucciatura sul ginocchio. E la ferita non si sta rimarginando, è vero che ci ho nuotato parecchio, che non va bene. Così oggi, per restare a secco, siamo andati a vedere una mostra di dipinti della collezione privata di Sgarbi e c’era una tela molto intrigante di Venere, Marte e Cupido, non ricordo più di chi.

Sali e tabacchi: anch’io ho una barzelletta che mi raccontava anni fa una bambina, che ora è mamma.

Sali e t’abbacchi? Allora fai così: scendi e ti diverti!!!

E lei rideva tantissimo.

Stiamo cercando un tabaccaio? Può darsi, ma qui le associazioni potrebbero essere davvero moltissime, alla prossima!

Ci siamo fermate qui, per ora…. Ma ho l’impressione che sia solo uno stop momentaneo, e che forse nemmeno l’intermezzo estivo sia del tutto concluso.

Perché mi sembra che questo emergere prepotente sulla scena del tema del femminile non sia casuale – del resto, l’inconscio non parla mai a caso… – e stia aprendo a innumerevoli  possibilità creative, che fino ad ora erano probabilmente rimaste sotto traccia. E credo che continuare, come gruppo, a riflettere su questi elementi potrebbe portarci verso nuove scoperte, magari passando da una dimensione di fusionalità indifferenziata, la condizione originaria del femminile come vaso contenitore di potenzialità indistinte, verso una dimensione trasformativa e generativa; transitando, questo sì è forse necessario, attraverso la distruttività dell’ambivalenza materna, che è sempre più importante riconoscere e accettare.

È sempre difficile immaginare dove le amplificazioni e le libere associazioni dei sogni possano condurre.

Tessere nuove trame è però, da sempre, una delle principali caratteristiche del femminile. Trame e tessuti che servono a proteggere e riparare dalla luce troppo forte del sole, e a volte a preservare misteri che non devono essere completamente rivelati, perché la chiarezza è nemica della profondità, e l’ombra del dubbio garantisce l’integrità del pensiero; ma anche trame e tessuti che hanno una funzione creativa, capaci di generare nuovi mondi, che possono esistere, prima ancora che nella realtà, nell’immaginazione, e nel tempo dell’attesa e della sosta….

Dunque, buone vacanze creative a tutte/i, e arrivederci in autunno J))))

 

 

La Regina Mab

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foto di Federica Nardese

ROMEO: Ho fatto un sogno, stanotte.

MERCUZIO: Io pure.

ROMEO: E che hai sognato?

MERCUZIO: Che spesso i sognatori mentono.

ROMEO: Quelli che sono addormentati a letto sognano cose vere.

MERCUZIO: Ah! Allora, lo vedo, la regina Mab e’ venuta a trovarti . Essa è la levatrice delle fate, e viene, in forma non piu’ grossa di un agata all’indice di un anziano, tirata da un equipaggio di piccoli atomi, sul naso degli uomini, mentre giacciono addormentati. I raggi delle ruote del suo carro son fatti di esili zampe di ragno; il mantice di ali di cavallette, le tirelle del piu’ sottile ragnatelo; i pettorali di umidi raggi di luna, il manico della frusta di un osso di grillo, la sferza di un filamento impercettibile; il cocchiere è un moscerino in livrea grigia, grosso neppure quanto la metà del piccolo insetto tondo, tratto fuori con uno spillo dal pigro dito di una fanciulla. Il suo cocchio è un guscio di nocciola, lavorato dal falegname scoiattolo o dal vecchio verme, da tempo immemorabile carrozzieri delle fate. In questo arnese essa galoppa da una notte all’altra attraverso i cervelli degli amanti, e allora essi sognan d’amore; sulle ginocchia dei cortigiani, che immediatamente sognan riverenze; sulle dita dei legulei, che subito sognano onorari, sulle labbra delle dame che immantinente sognano baci, su quelle labbra che Mab adirata spesso affligge di vescicole perché il loro fiato è guasto da confetture; talvolta essa galoppa sul naso di un sollecitatore, e allora, in sogno, egli sente l’odore d’una supplica, talora va, con la coda di un porcellino della decima, a solleticare il naso di un parroco mentre giace addormentato, e allora egli sogna un altro benefizio; talora ella passa in carrozza sul collo di un soldato, e allora egli sogna di tagliare gole nemiche, sogna brecce, agguati, lame spagnole, e trincate profonde cinque tese; poi, all’improvviso, essa gli suona il tamburo nell’orecchio, al che egli si desta di soprassalto, e spaventato bestemmia una preghiera o due, e si riaddormenta. Questa Mab è proprio quella stessa che nella notte intreccia le criniere dei cavalli, e nei loro crini sozzi ed unti fa dei nodi fatali, che una volta strigati pronosticano molte sciagure. Lei è la strega, che quando le fanciulle giacciono supine, le preme, e insegna loro per la prima volta a portare, e ne fa delle donne di buon portamento. Lei è quella…

ROMEO: Basta, basta, Mercuzio, calma. Tu parli del niente…

MERCUZIO: E’ vero, parlo dei sogni, io, figli d’una mente oziosa, generati da un’inutile fantasia fatta d’una sostanza tenue come l’aria e più incostante del vento, che spasima ora per il gelido grembo del Nord, ma poi, gonfia di rabbia, si svolge sbuffando verso un nuovo amore, il Sud umido di rugiada. ”

W. Shakespeare, Giulietta e Romeo – Atto I Scena IV
[testo originale da Romeo and Juliet, consultabile QUI]

Sogni al master di Ariele

di Federica Nardese

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Oggi con Chiara Allari abbiamo condotto una matrice di Uso Sociale del Sogno nella scuola di master di Ariele.

Ringrazio i partecipanti del secondo anno e chi del terzo (e ultimo) anno ha voluto unirsi per provare questa esperienza.

Quello che mi sono portata a casa, a livello personale e come contributo alla ricerca del nostro gruppo, è questo:

  • I sogni trovano sempre uno spazio di narrabilità:

Quando i partecipanti sono poco avvezzi al metodo, e più alto è il livello culturale, più c’è una tensione propositiva, legata all’idea di compito e performance. C’è anche, di solito, una sorta di “timidezza” che rallenta l’avvio della sessione.
Dopo che il conduttore pronuncia le fatidiche parole (la formula magica?) “chi ci racconta un sogno?” spesso c’è il silenzio.
Oggi una delle domande che i partecipanti ci hanno fatto è proprio legata a questo silenzio “ma se nessuno parla?”.
Ecco, questo timore razionale viene sempre magicamente disatteso: c’è sempre qualcuno che ha voglia di raccontare un sogno… di narrare una storia.

  • I sogni sono fatti di seta rossa

Parti da un sogno e trovi infiniti legami e connessioni tra i vari racconti di sogni che seguono.
Ogni luogo, ogni personaggio, ogni emozione è intrecciato in fili di seta rossa.

  • I sogni sono di tutti

Ogni sogno ci va vedere che, alla fine, non siamo poi così distanti nel nostro sentire e che le immagini che si palesano nell’ordine della notte ricorrono anche nei sogni degli altri.
Se mai vivi questa esperienza di condivisione, se senti i sogni solo come materiale di scarto  da lasciar sgretolare all’arrivo del giorno, mai riuscirai a provare questo senso di condivisione e pienezza.

  • I sogni sono coraggiosi e leggeri.

Non serve spiegare perché.

 

 

Autoritratto

di Elisabetta Pasini

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Al risveglio, l’immagine è chiara e nitida, riesco a vederla come fosse una fotografia.Non voglio perderla, penso, non voglio lasciarla andar via.

Ma prima, il sogno:

Sto scrivendo un libro di storie, sono appena all’inizio e ho finito di scrivere il primo capitolo. Scopro che A., S., L. e F. (due coppie di amici, spesso abbiamo lavorato insieme, con due di loro in particolare ho lavorato per molto tempo e il rapporto si è interrotto solo pochi mesi fa) sono stati più veloci di me, hanno già scritto lo stesso libro e F. sta organizzando la presentazione. Sono molto turbata, penso che mi hanno rubato l’idea, sono delusa di me stessa perché io sono ancora alla prima storia mentre loro hanno già scritto tutto il libro, però decido di tenere il segreto e non dire nulla a nessuno. Sono invitata alla presentazione del libro, il luogo è un giardino con tavoli all’aperto e tanti alberi intorno, sembra un’osteria di campagna, tutti i tavoli sono pieni di gente che aspetta e i quattro sono molto soddisfatti del loro successo, mi fanno vedere il libro in anteprima, la copertina è colorata con un disegno che non riconosco, il libro è molto voluminoso, mi chiedo come sarà il contenuto se è stato scritto in così poco tempo. Poi la presentazione comincia, la prima a presentare è A. (una delle due donne, la più creativa del gruppo) e mi chiede se può truccarmi, dice che quella sarà la sua parte della presentazione. Io mi siedo vicino a lei e per un tempo che mi sembra lunghissimo A. disegna sulla parte destra del mio viso. Io intanto mi guardo intorno e vedo che la gente si annoia, pian piano molti si alzano e se ne vanno; quando A. finisce il disegno pochi tavoli sono ancora occupati. Sono andati via tutti, le dico, non importa, dice lei, la prossima volta andrà meglio; poi mi dà uno specchio e io guardo la parte destra del mio viso che lei ha disegnato, l’occhio è molto grande, contornato di kajal nero e viola che lo fa sembrare tipo Arancia Meccanica, e sulla guancia destra ha fatto un disegno viola che arriva fino al mento, sembra un serpente o un punto interrogativo rovesciato. Mi piace molto, lo trovo bellissimo anche se penso che ora la mia parte destra è molto diversa dalla sinistra, rimango a guardarmi allo specchio affascinata e penso che non importa, nulla importa più, va bene così. 

La mia amica A. ha il dono della profezia! Scrive, e le sue storie hanno sempre questa grande capacità intuitiva di prefigurare qualcosa, un pensiero magari ancora solo in nuce, che lei riesce di solito ad afferrare prima degli altri.

Lo specchio indica potenzialmente una capacità riflessiva, la capacità di guardarsi dentro e di vedere, entrare in contatto con le proprie parti belle e creative, una cosa che oggi mi sta molto a cuore; ma indica anche la “capacità negativa” di sostare, lasciar andare, sospendere il giudizio, liberarsi dalle zavorre inutili e concentrarsi sull’essenziale; e, forse, indica anche un narcisismo che vorrei definire “sano”, quello che ti permette di amare te stesso attraverso gli occhi dell’altro, una barriera di contatto che è anche l’unico modo in cui, in fondo, ci possiamo vedere.

Questa è l’interpretazione che mi sono data del significato del mio sogno. In cui c’era però, lo sentivo, anche qualcosa di più e di più profondo, qualcosa di misterioso che non riuscivo ad afferrare e che mi spingeva a stare disperatamente attaccata all’immagine che avevo in mente, e che non volevo assolutamente perdere.

È così che ho deciso di provare a disegnarla.

Io non so disegnare, o almeno questo ho sempre pensato di me fin dai tempi della scuola. Però sono affascinata dai colori, mi piace perdermi nelle sfumature e pasticciare con gli accostamenti. E mi affascina scoprire la differenza che sempre esiste tra quello che pensavo di avere in mente e quello che alla fine viene fuori, e che per quanto imperfetto è sempre meglio dell’originale. Perché ha una sua forza, e un suo significato nascosto che rivelano qualcosa di inaspettato; da cui a volte può nascere qualcosa di nuovo.

Questo è quello che Jung chiama un esercizio di “active imagination”: un modo non di “interpretare” ma di “sperimentare” le proprie fantasie, che crea un ponte tra conscio e inconscio. Active imagination è infatti un modo di indagare processi psichici inconsci nel quale il materiale viene espresso in uno stato mentale conscio; e dunque l’ego lascia un piccolo spazio all’inconscio per emergere, per manifestarsi, attraverso la sospensione del giudizio critico, la meditazione, l’esercizio della fantasia.

È così, credo, che ho disegnato la mia “anima”….

 

Il sogno nelle testimonianze storiche

di Davide Giancristoforo
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Le prime testimonianze scritte del sonno e dell’attività onirica ad esso collegata risalgono al III-II millennio a.C., da un poema epico assiro-babilonese scritto in caratteri cuneiformi. In tale componimento appare evidente la funzione che il sogno aveva di messaggero di disegni divini. La decifrazione dei piani degli Dei da parte dei sacerdoti della comunità inaugurava discussioni pubbliche che avrebbero portato a cambiamenti sociali in funzione del contenuto dei messaggi.

Nell’antichità classica, si pensava che gli dei comunicassero con gli uomini attraverso i sogni, l’interpretazione dei quali veniva affidata all’oracolo, che si poneva come il mediatore tra dio e l’uomo.

[…] Nel passato qualcuno, spinto da un imperioso bisogno di comunicare, raccontò per primo un sogno ad occhi aperti, probabilmente intessuto di reali elementi onirici. Poi questa storia fu sottoposta a un processo di  rielaborazione fantastica da parte di alcune generazioni, e altre, successivamente, hanno, per così dire, storicizzato di nuovo questi prodotti fantastici traducendoli in comportamento pratico.” (Ròheim, 1972).

Dagli studi degli antropologi (C. Geertz, 1973, V. Turner, 1969) emerge che la maggior parte delle culture primitive si sono affidate ai sogni per la loro struttura sociale e per decisioni importanti riguardanti la comunità.

Gli aborigeni dell’Australia parlano del tempo della creazione come del Tempo del Sogno.
Secondo la psicologia dei primitivi vivere significa sognare e sognare significa vivere, o meglio, agire secondo i sogni.

La funzione di comunicazione gruppale del sogno è preservata nelle culture tribali e in quelle civiltà che prevedono appositi rituali dove i sogni sono i protagonisti. In tali rituali collettivi i sogni vengono raccontati e decifrati secondo i simboli della cultura che li produce e raccoglie. I significati indicano strade da seguire o da evitare per la comunità tutta.

foto: “Il Principe dei Sogni” negli Arazzi Medicei

la creatività vista dal sogno

di Federica Nardese

Vi ricordate del primo post in cui iniziavo a raccontarvi cos’è che mi attrae del metodo “uso sociale del sogno” e del perché lo trovo straordinario per il lavoro nei gruppi?
Ecco, oggi continuo quel post, andando avanti col ragionamento rispetto al secondo punto che trovo interessante nel lavoro coi sogni: la creatività.

Non è l’ultimo punto, il terzo e ultimo è “la polis”, che tratterò in un prossimo post, quindi state collegati!!

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  • Creatività

Un altro dei motivi per i quali faccio parte di questo gruppo è la mia voglia di comprendere se il racconto del sogno in contesto gruppale può stimolare la fantasia e la creatività individuali.
E’ il mio personale “esperimento” dentro l’esperimento più ampio praticato dal gruppo, ovvero la riflessione sulla crisi che sta attanagliando la società “glocal” e quale futuro ne può emergere.
Vivo questa parte della matrice ascoltando gli altri sospendendo il giudizio (o almeno provandoci più che posso) e mi perdo tra piazze affolate, insorte, in mezzo a laghi di montagna solitari, tra stradine strette in caldi paesi del sud Italia, in appartamenti violati, occupati, in luoghi lontani e antichi. [NdR: presto, nel “archivio dei sogni” troverete le trascrizioni di questi sogni.]

Ogni sogno è una sorpresa che non mi aspetto.

Ogni sogno richiama dentro di me delle immagini vivide e chiare, le potrei dipingere, colorare;

le vorrei fotografare.

Questo stupore infantile (sognando torniamo bambini?) mi fa pensare che il racconto del sogno sia in grado di agire come interfaccia tra mente e realtà – che sia uno spazio dove elaborare pensieri strani, a volte, ma veri perché sinceri.

Durante le mie giornate, anche fuori dagli incontri veri e propri, mi trovo a pensare al metodo e noto che sogno di più – e ricordo i sogni che faccio – cosa che non mi era mai capitata prima.

Sento che guardare al mondo con gli occhi socchiusi mi fornisce degli strumenti più acuminati per dare spazio all’ampiezza delle immagini interne e che il partecipare dei sogni degli altri aumenta la complessità di questo non-luogo surreale fatto di colori, di profumi e emozioni.

Scopro che il racconto gruppale dei nostri sogni crea una specie di cecità, come se in un primo momento le informazioni da elaborare siano troppe e non gestibili. Poi basta un gesto, un rimando, una parola detta da qualcuno e mi rendo conto che la magia di quello che sta succedendo risiede proprio nel fatto che niente è chiaro e che gli elementi cozzano tra loro come in un quadro surrealista.

Questa dimensione notturna, umbratile, parziale, depressa, fa da preludio all’insight ma di fatto non ci arriva mai: suggerisce soltanto.

E qui sento che forse inizio a capire cosa intende Roland Barthes quando parla del punctum dell’immagine “per quanto folgorante sia, il punctum ha, più o meno virtualmente, una forza di espansione. Tale forza è spesso metonimica”1.

Il gruppo mi stimola la capacità di fare collegamenti, di creare delle connessioni alle quali non avrei mai pensato prima, di espandere quello che non avrei creduto interessante e di depennare il superfluo.

Il tutto “solamente” partecipando al dialogo “senza memoria e senza desiderio” (Bion).

Sì, mi sento più creativa e vorrei sapere se anche gli altri hanno avuto questa impressione perché ritengo che il “segreto” sia proprio in questo sforzo di partecipazione attiva in un mondo imprevisto, non pensato né pienamente pensabile, proprio come l’arte. “Ciò che io posso definire non può realmente pungermi. L’impossibilità di definire è un buon sintomo di turbamento”2, dove il turbamento è, implicitamente, considerato condizione sufficiente e necessaria “di e per” qualsiasi forma d’Arte.

Il sogno dispiega le ali della fantasia perché nel momento del racconto (e anche prima e dopo gli incontri) libera lo spazio mentale da tutte quelle imposizioni della vita “reale” che ci affaticano e non ci lasciano il tempo di riflettere e pensare. Il gruppo intercetta questo bisogno e lo ampia, lo distrugge, lo ricrea e lo complica in un continuo gioco di rimandi tra detto e non detto  – verso la creazione di pensieri e immagini condivisi.

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1 Roland Barthes, La camera chiara. Nota sulla fotografia, Einaudi Ed., Torino, 2003, p. 47.
idem, p. 52.