Perché sono qui?

Di Federica Nardese
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The notes I handle no better than many pianists. But the pauses between the notes — ah, that is where the art resides.” – Schnabel, in Chicago Daily News, June 11, 1958.

Queste riflessioni nascono dalla voglia di condividere un punto di vista sul metodo “Uso Sociale del Sogno” dopo i tre incontri tenutisi in Ariele tra maggio e giugno 2013.

Ci siamo riuniti, in un piccolo gruppo che riflette sul tema “crisi e futuro”, per sperimentare un metodo pensato dal gruppo di ricerca  e chiamato “uso sociale del sogno”.
Metodo in parte derivante dallo studio e dalla pratica del “Social Dreaming” – tecnica per il lavoro di gruppo ideata da Gordon Lawrence al Tavistock Institute di Londra nel 1982 – e in parte mutuato dal Dream Group di Montague Ullmann.

Sono attratta dal lavoro sui sogni e dalla loro condivisione in gruppo, perché lo trovo un metodo molto particolare e di non semplice comprensione sul lato teorico. Credo che con questo metodo, più di altri, sia necessario sperimentare in prima persona le matrici, anche diverse volte, prima di afferrarne il vero potenziale.

In particolare ho l’interesse a comprendere come possa essere accolto in un contesto frequentato da psico-socio-analisti, da psicoterapeuti e formatori cresciuti con l’idea che i sogni sono manifestazione dell’Io, del mondo interno del sognatore e non certo fatti per essere condivisi con una platea più ampia che il proprio analista.

Quindi, una delle prime considerazioni che mi vengono in mente è il chiedermi: perché siamo qui?

Quale forza assurdamente liberatoria e trasgressiva ci ha spinto a riunirci in un gruppo eterogeneo per età, professione, provenienza, interessi per raccontare i nostri sogni a un gruppo di estranei?

Forse per rispondere a questa domanda, devo prima chiedermi: perché sono qui?
Ho 3 motivi fondamentali, che inizio a raccontarvi dal primo, per seguire con altri post nei prossimi giorni…

  • Storie e racconti
  • Creatività
  • La Polis

Storie e racconti

Sono qui perché amo le storie e i sogni sono le storie più imprevedibili e bizzarre che io conosca – siamo caduti giù in qualche luogo sconosciuto, seguendo un coniglio bianco?

Questo metodo prevede il racconto orale e proprio perché dobbiamo narrare, mi rendo conto che il patto iniziale – il nostro contratto di “riservatezza” è fondamentale per questo tipo di incontro in quanto sancisce i limiti e le opportunità date dal setting.

E’ importante sapere che c’è un host (nel “uso sociale del sogno” ne abbiamo più di una, di fatto, ma non fa molta differenza dato che il nostro esperimento si distacca leggermente rispetto al metodo Social Dreaming) che agevola le narrazioni, scandisce i tempi, suggerisce analogie e riflessioni.

Dato questo punto di partenza ben chiaro, i racconti fluiscono, le parole viaggiano nella stanza siamo assorti e attenti. Ascoltiamo.

Nonostante alcuni momenti di “emersione” dall’atmosfera onirica che pervade l’aria dovuti a una, forse eccessiva, forse comprensibile, necessità di razionalizzare la materia grezza che abbiamo per le mani, si sta creando una dimensione strana come se il racconto del sogno in un contesto sociale creasse uno spazio terzo dove è possibile depositare un’esperienza talmente privata da essere, talora, inaccessibile, senza ansie e paure.

La narrazione diventa modalità elettiva per creare intrecci, dare sfogo a pensieri, trovare analogie.

Il sogno acquista una valenza interessante perché perde qualcosa durante il racconto stesso. E’ come se il donarlo agli altri lo rendesse meno personale e quindi scalfisse la parte individualista e gelosa che ognuno porta con sé.

Solo prendendo consapevolezza che il mio sogno sarà condiviso, attraverso il racconto, con altre menti pensanti e riconoscenti, inizio a dare un significato alla dimensione sociale di questo metodo.

Solo praticando la matrice si riesce veramente a comprendere cosa sia questa tecnica dove il sogno – crocevia di mondi – fenomeno sfuggente e intrigante – diventa luogo concettuale in cui ci viene data la possibilità di dare una forma reale – concreta nel momento in cui la si vive – a una materia inesistente. Questi incontri mi hanno stupita per la quantità di dettagli che si possono ricordare e anche per le analogie che uniscono sogni e realtà creando, fenomenologicamente, uno spazio multidimensionale dove poter scegliere, autonomamente, una strada da percorrere con le parole.

…to be continued

Autore: spaziodeisogni

Siamo un gruppo creato intorno alla metà anni 2000 in ARIELE, Associazione Italiana di Psico-Socio-Analisi, per studiare le metodologie legate all'uso dei sogni (notturni) e le possibili applicazioni nei gruppi e nelle organizzazioni. Negli anni il gruppo ha lavorato, si è trasformato e ha dato i suoi frutti. Abbiamo, nel tempo, affinato un modo nostro di utilizzare il metodo, che abbiamo chiamato "Uso Sociale del Sogno", questo blog parte nel 2016 per condividere, e divulgare anche in modo informale, la nostra ricerca.

1 commento su “Perché sono qui?”

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