la creatività vista dal sogno

di Federica Nardese

Vi ricordate del primo post in cui iniziavo a raccontarvi cos’è che mi attrae del metodo “uso sociale del sogno” e del perché lo trovo straordinario per il lavoro nei gruppi?
Ecco, oggi continuo quel post, andando avanti col ragionamento rispetto al secondo punto che trovo interessante nel lavoro coi sogni: la creatività.

Non è l’ultimo punto, il terzo e ultimo è “la polis”, che tratterò in un prossimo post, quindi state collegati!!

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  • Creatività

Un altro dei motivi per i quali faccio parte di questo gruppo è la mia voglia di comprendere se il racconto del sogno in contesto gruppale può stimolare la fantasia e la creatività individuali.
E’ il mio personale “esperimento” dentro l’esperimento più ampio praticato dal gruppo, ovvero la riflessione sulla crisi che sta attanagliando la società “glocal” e quale futuro ne può emergere.
Vivo questa parte della matrice ascoltando gli altri sospendendo il giudizio (o almeno provandoci più che posso) e mi perdo tra piazze affolate, insorte, in mezzo a laghi di montagna solitari, tra stradine strette in caldi paesi del sud Italia, in appartamenti violati, occupati, in luoghi lontani e antichi. [NdR: presto, nel “archivio dei sogni” troverete le trascrizioni di questi sogni.]

Ogni sogno è una sorpresa che non mi aspetto.

Ogni sogno richiama dentro di me delle immagini vivide e chiare, le potrei dipingere, colorare;

le vorrei fotografare.

Questo stupore infantile (sognando torniamo bambini?) mi fa pensare che il racconto del sogno sia in grado di agire come interfaccia tra mente e realtà – che sia uno spazio dove elaborare pensieri strani, a volte, ma veri perché sinceri.

Durante le mie giornate, anche fuori dagli incontri veri e propri, mi trovo a pensare al metodo e noto che sogno di più – e ricordo i sogni che faccio – cosa che non mi era mai capitata prima.

Sento che guardare al mondo con gli occhi socchiusi mi fornisce degli strumenti più acuminati per dare spazio all’ampiezza delle immagini interne e che il partecipare dei sogni degli altri aumenta la complessità di questo non-luogo surreale fatto di colori, di profumi e emozioni.

Scopro che il racconto gruppale dei nostri sogni crea una specie di cecità, come se in un primo momento le informazioni da elaborare siano troppe e non gestibili. Poi basta un gesto, un rimando, una parola detta da qualcuno e mi rendo conto che la magia di quello che sta succedendo risiede proprio nel fatto che niente è chiaro e che gli elementi cozzano tra loro come in un quadro surrealista.

Questa dimensione notturna, umbratile, parziale, depressa, fa da preludio all’insight ma di fatto non ci arriva mai: suggerisce soltanto.

E qui sento che forse inizio a capire cosa intende Roland Barthes quando parla del punctum dell’immagine “per quanto folgorante sia, il punctum ha, più o meno virtualmente, una forza di espansione. Tale forza è spesso metonimica”1.

Il gruppo mi stimola la capacità di fare collegamenti, di creare delle connessioni alle quali non avrei mai pensato prima, di espandere quello che non avrei creduto interessante e di depennare il superfluo.

Il tutto “solamente” partecipando al dialogo “senza memoria e senza desiderio” (Bion).

Sì, mi sento più creativa e vorrei sapere se anche gli altri hanno avuto questa impressione perché ritengo che il “segreto” sia proprio in questo sforzo di partecipazione attiva in un mondo imprevisto, non pensato né pienamente pensabile, proprio come l’arte. “Ciò che io posso definire non può realmente pungermi. L’impossibilità di definire è un buon sintomo di turbamento”2, dove il turbamento è, implicitamente, considerato condizione sufficiente e necessaria “di e per” qualsiasi forma d’Arte.

Il sogno dispiega le ali della fantasia perché nel momento del racconto (e anche prima e dopo gli incontri) libera lo spazio mentale da tutte quelle imposizioni della vita “reale” che ci affaticano e non ci lasciano il tempo di riflettere e pensare. Il gruppo intercetta questo bisogno e lo ampia, lo distrugge, lo ricrea e lo complica in un continuo gioco di rimandi tra detto e non detto  – verso la creazione di pensieri e immagini condivisi.

__________________________

1 Roland Barthes, La camera chiara. Nota sulla fotografia, Einaudi Ed., Torino, 2003, p. 47.
idem, p. 52.

Autore: spaziodeisogni

Siamo un gruppo creato intorno alla metà anni 2000 in ARIELE, Associazione Italiana di Psico-Socio-Analisi, per studiare le metodologie legate all'uso dei sogni (notturni) e le possibili applicazioni nei gruppi e nelle organizzazioni. Negli anni il gruppo ha lavorato, si è trasformato e ha dato i suoi frutti. Abbiamo, nel tempo, affinato un modo nostro di utilizzare il metodo, che abbiamo chiamato "Uso Sociale del Sogno", questo blog parte nel 2016 per condividere, e divulgare anche in modo informale, la nostra ricerca.

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