THE UNEXPECTED WAY

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di Elisabetta Pasini

Non è raro incontrare l’inatteso, il sorprendente, nella vita quotidiana.

Anche se tendiamo a considerare la vita come una routine, l’inatteso si presenta sempre, con una regolarità che non è da lui, e compare sotto varie forme; si annida in genere nelle piccole cose, nei discorsi apparentemente inoffensivi, ma si manifesta sempre con un’evidenza e una precisione sconcertanti che hanno un effetto perturbante. Squarci di inconsapevolezza che sono la prova, se mai ce ne fosse bisogno, che l’inconscio esiste….

I sogni sono pieni di inaspettato, così come i miti e le storie; trame contro-intuitive che sovvertono la logica cartesiana che separa inesorabilmente mente e corpo, psiche e materia, ma che viene costantemente messa all’angolo da futili dettagli che sfuggono a ogni controllo.

Tuttavia, c’è una seconda parola nel titolo, oltre ad unexpected, su cui vorrei attirare la riflessione: way, che significa strada, cammino, ma anche field, terreno di azione e quindi di relazione. Penso sia dall’unione di questi due termini che può emergere un possibile campo di ricerca, che mi piacerebbe immaginare come un fil-rouge che unisce, in modo libero e creativo, diverse metodologie e discipline, per dar forma a una domanda che oggi mi sembra sempre più importante porsi: che cosa impariamo senza accorgercene?

Provo quindi a condividere con voi alcune delle riflessioni che vengono dalle letture junghiane e post-junghiane che sto facendo in questo periodo, e che penso siano fortemente collegate a questi temi. In particolare, mi interessa proporvi quello che Nathan Schwartz Salant, psicoterapeuta newyorchese che si è formato allo Jung Institute di Zurigo, ha definito “the interactive field” in un testo che ho letto di recente, The Mystery of Human Relationship, in cui parla del cosiddetto “paradigma alchemico”.

L’esistenza di una “terza area”, a metà tra psiche e fisica, necessaria per riconnettere diversi ordini di realtà come mente e corpo, è un’ipotesi già abbastanza esplorata nel campo psicoanalitico: Winnicott parla di “spazio transizionale”; la psicologia del Sé di “campo intrasoggettivo”; Ogden di “terzo analitico”, per descrivere la relazione particolare e potenzialmente creativa che si genera nel setting analitico tra analista e paziente.

La riflessione di Salant sul interactive field prende la via da questi presupposti illustri, e considera il campo delle relazioni oggettuali e della storia personale, ma a essi aggiunge, attraverso l’introduzione del “paradigma alchemico”, una dimensione “oggettiva” di processo che ha radici archetipiche nell’inconscio collettivo e trascende la coscienza puramente individuale.

La partenza è un’esperienza perturbante, che affonda le radici nelle “parti psicotiche” che ognuno di noi possiede e che vengono in questo modo attivate provocando caos e frammentazione; si tratta di uno stadio che ha molti collegamenti con la teoria del caos e che sovverte la logica binaria cartesiana, abbattendo le frontiere del sé, producendo “attrattori strani” che hanno però anche una forte potenzialità creativa; come, potenzialmente, hanno i sogni.

Il processo di relazione nel interactive field si divide in quattro fasi:

  1. uno stato iniziale indifferenziato, dove “unicità” significa confusività indifferenziata
  2. nella seconda fase, attraverso la dinamica di transfert e controtransfert, emerge una “coppia di opposti”: fase di scissione, ma anche emergere di nuovi significati, attraverso la differenziazione
  3. la terza fase è legata alla creazione – congiunta, da parte della “coppia” – del “terzo”, il field: contenitore nel quale attraverso la sospensione del giudizio e dell’interpretazione è possibile riconoscere, dare ascolto, forma e un nuovo significato alle emozioni, e sperimentare la qualità del cambiamento
  4. la quarta fase è di ricomposizione di una nuova forma di unità, espansiva e trascendente rispetto alla dimensione individuale, nella quale appaiono le potenzialità legate alla “active ”.

Penso che una riflessione sull’attraversamento di questi quattro stadi, attraverso lo stimolo e la guida del sogno, potrebbe essere una pista di ricerca potenzialmente interessante: il sogno come innesco, ma anche come fil rouge e come pista potenzialmente creativa per uscire dal labirinto del caos…. Come il filo di Arianna, o le briciole di Pollicino….

Autore: spaziodeisogni

Siamo un gruppo creato intorno alla metà anni 2000 in ARIELE, Associazione Italiana di Psico-Socio-Analisi, per studiare le metodologie legate all'uso dei sogni (notturni) e le possibili applicazioni nei gruppi e nelle organizzazioni. Negli anni il gruppo ha lavorato, si è trasformato e ha dato i suoi frutti. Abbiamo, nel tempo, affinato un modo nostro di utilizzare il metodo, che abbiamo chiamato "Uso Sociale del Sogno", questo blog parte nel 2016 per condividere, e divulgare anche in modo informale, la nostra ricerca.

1 commento su “THE UNEXPECTED WAY”

  1. Mi intriga soprattutto questo aspetto dell’elemento inaspettato del sogno. Nel nostro gruppo questo elemento inaspettato e perturbante l’abbiamo sperimentato più volte, ascoltando di volta in volta il racconto dei sogni dei partecipanti. Quante volte siamo rimasti muti di fronte ai nostri sogni bizzarri, inaspettati. A me è capitato più volte di non sapere cosa dire o di rimanere in attesa dei commenti degli altri quando ero io a raccontare un sogno! Si è rivelato fondamentale sempre aprire un dialogo sul rapporto tra il contenuto e la capacità del gruppo di
    affrontare materiale inaspettato, difficile, spaventoso e inconscio.

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